Da dove nasce la stout (e perché è diventata “americana”)
Per capire davvero cos’è un’American Stout dobbiamo fare un passo indietro, di quelli lunghi ma necessari. Tutto parte dalle porter inglesi del XVIII secolo: birre scure, robuste, pensate per dare sostanza e conforto ai lavoratori londinesi. Birre quotidiane, senza fronzoli, fatte per reggere turni lunghi e clima poco amichevole.
Da lì il passaggio alle stout è quasi naturale. All’inizio non erano nemmeno uno stile distinto: erano semplicemente le versioni più robuste delle porter. Non a caso “stout” significava proprio questo. Più corpo, più carattere, più intensità.
Poi la birra attraversa l’oceano. E quando arriva negli Stati Uniti succede qualcosa di prevedibile: qualcuno decide che sì, la tradizione va rispettata, ma nulla vieta di spingerla un po’ più in là. Negli anni ’70 e ’80, con la nascita della craft beer revolution, le stout vengono rimesse sul tavolo.
Entrano in gioco i luppoli americani, più aromatici, più resinosi, meno timidi. L’amaro cresce, il profilo si fa più diretto, a volte spigoloso, sicuramente più moderno. Nasce così l’American Stout: una stout che mantiene l’anima scura e tostata delle origini britanniche, ma con un carattere più deciso, meno educato e tremendamente sincero.
Cosa rende unica un’American Stout
L’American Stout è una di quelle birre che non fanno nulla per piacere a tutti. E forse è proprio questo il suo bello. Si presenta quasi sempre nera come la notte, impenetrabile alla luce, con una schiuma compatta e persistente che vira dal nocciola al marroncino chiaro.
Al naso è una festa per chi ama le tostature: caffè espresso, cacao amaro, cioccolato fondente, pane tostato. Poi, quando pensi di aver capito tutto, arriva la firma americana: una nota resinosa, talvolta agrumata o balsamica, che aggiunge profondità senza rubare la scena ai malti.
In bocca l’equilibrio è fondamentale. La torrefazione è presente, ma non deve mai diventare aggressiva o bruciata. Il corpo è medio o medio-pieno, spesso accompagnato da una sensazione cremosa che rende il sorso più morbido di quanto il colore lasci immaginare. L’amaro è più evidente rispetto alle stout inglesi: deciso, persistente, ma studiato per sostenere la bevuta.
È una birra intensa senza essere pesante. Una di quelle che, sorso dopo sorso, ti fanno pensare: “forse il problema non erano le birre scure, ma quelle fatte male”.
Miti da sfatare sulle birre scure
Facciamo un attimo ordine, perché intorno alle birre artigianali scure girano ancora parecchie leggende da bancone.
“Le birre nere sono sempre fortissime.” Falso. Il colore non ha nulla a che vedere con il grado alcolico. Ci sono American Stout sorprendentemente scorrevoli e lager chiare che colpiscono molto più duro.
“Sono birre solo da inverno.” Ni. È vero che una stout ama il tempo e la calma, ma non serve per forza il camino acceso. Una serata fresca, una cena rilassata o un dopocena fatto bene sono momenti perfetti.
“Sono birre difficili.” Dipende. Una American Stout ben fatta è spesso una porta d’ingresso ideale anche per chi si avvicina per la prima volta al lato oscuro della birra. Basta darle il tempo di raccontarsi.
American Stout a tavola: molto più di quanto immagini
Uno dei superpoteri meno raccontati dell’American Stout è la sua versatilità negli abbinamenti. Certo, è una birra che sa stare benissimo da sola, ma relegarla solo al ruolo di birra da meditazione è riduttivo.
Con i dolci gioca in casa: brownies al cioccolato, torte al cacao, dessert al caffè o alla nocciola trovano nella stout un’alleata naturale. Ma il bello arriva quando inizi a osare.
Formaggi stagionati, erborinati non troppo aggressivi, piatti affumicati, carni alla griglia, stufati: l’American Stout non accompagna in silenzio. Dialoga, rilancia, a volte prende la parola senza chiedere permesso.
Dallo stile alla nostra interpretazione: Black Eyes
Dopo aver fatto il giro largo dello stile, torniamo a casa, qui al Birrificio Artigianale Styles di Monte Urano, per raccontarti la nostra idea di American Stout.
La Black Eyes nasce con un obiettivo preciso: essere una stout intensa ma bevibile, una sorta di “sorella maggiore” delle interpretazioni più classiche, con il carattere giusto per stare al bancone e non solo nel bicchiere da meditazione.
Nel bicchiere è nera corvino, con una schiuma pannosa e persistente color nocciola. La gradazione è 5,6% vol.: abbastanza per farsi rispettare, non abbastanza per farsi temere. Al naso arrivano caffè, vaniglia, nocciola, cioccolato fondente e cappuccino, attraversati da una leggera nota resinosa dei luppoli americani.
Il sorso conferma tutto quello che promette l’aroma. La cremosità bilancia la torrefazione dei malti scuri, mentre l’amaro è deciso e persistente, pensato per accompagnarti fino all’ultimo sorso senza appesantire.
E no, non è solo una nostra opinione. La Black Eyes ha vinto il primo premio all’edizione 2025 del concorso Birra dell’Anno di Unionbirrai, nella categoria Birre scure, alta fermentazione, basso grado alcolico, di ispirazione americana (American Porter, American Stout). Un riconoscimento assegnato da una giuria di degustatori esperti italiani e internazionali, all’interno del concorso che ogni anno premia le migliori birre artigianali italiane.
BLACK EYES
La “Black Eyes” è un’ American Stout; la definisco “sorella maggiore”…
Se dopo questo viaggio nel mondo delle American Stout ti è venuta voglia di passare dalla teoria alla pratica, sai dove trovarla.
La Black Eyes è lì che ti aspetta, pronta a farti cambiare idea sulle birre scure… o a farti innamorare ancora di più di loro.
P.S. Se sei arrivat* fin qui, ormai il lato oscuro ti ha pres* sul serio. A questo punto versa una Black Eyes, bevila con calma e verifica di persona.
Attenzione però… potrebbe diventare una piacevole abitudine.
